giulio ameglio

the birthmark

date » 19-10-2020

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Nathaniel Hawthorne è stato uno dei più grandi narratori dell’America ottocentesca. La sua fama è legata soprattutto al romanzo La lettera scarlatta, pubblicato nel 1850, che ha ispirato numerose trasposizioni cinematografiche, più o meno hollywoodiane (Demi Moore ed Emma Stone le ultime protagoniste).
Meno conosciuto un altro romanzo di Hawthorne, La casa dei sette abbaini, pubblicato l’anno seguente, in cui per la prima volta nella storia letteraria compare con un ruolo da protagonista un fotografo. Ma su questo romanzo torneremo.
Ancor meno conosciuto è un racconto pubblicato in una raccolta nel marzo del 1843, The Birthmark. Sottolineiamo la data: la nascita ufficiale della fotografia risale al 1839, con la presentazione dell’invenzione di Daguerre all’Accademia delle Scienze di Parigi; la fotografia è quindi una bimba di quattro anni quando il racconto viene pubblicato.
Il racconto deve molto al romanzo Frankenstein di Mary Shelley, del 1817, ma con alcune significative varianti. Anche in questo caso il protagonista, di nome Aylmer, è uno scienziato che esplora in modo quasi stregonesco le forze oscure della natura. Egli è aiutato nel suo lavoro da un personaggio che pare la copia della creatura protagonista del libro della Shelley, ed è sposato con una giovane donna, Georgiana. La coppia è molto innamorata, lei è bellissima, ma ha sulla guancia sinistra una voglia (il birthmark) con la forma di una mano purpurea. Quella macchia diventa un’ossessione per Aylmer che inizia una serie di esperimenti per creare una pozione straordinaria in grado di cancellarla. Prova la pozione su una piantina, che immediatamente fiorisce in modo splendido, per deperire subito dopo. Georgiana ne ha timore, vorrebbe accogliere la richiesta dell’uomo di cui è profondamente innamorata, e in cui ha fiducia, ma nello stesso tempo percepisce la pericolosità di quanto le viene richiesto.
Non sto qui a narrare come evolverà e terminerà il racconto, lascio al lettore curioso la ricerca. Quello che mi interessa è che a un certo punto della vicenda, Aylmer scatta una fotografia a Georgiana: si tratta di un dagherrotipo, evidentemente, ed è la prima volta, probabilmente, che l’atto del fotografare entra in letteratura.
Queste le parole:
To make up for this abortive experiment, he proposed to take her portrait by a scientific process of his own invention. It was to be effected by rays of light striking upon a polished plate of metal. Georgiana assented; but, on looking at the result, was affrighted to find the features of the portrait blurred and indefinable; while the minute figure of a hand appeared where the cheek should have been. Aylmer snatched the metallic plate and threw it into a jar of corrosive acid.
Da notare che Aylmer si spaccia per inventore del processo scientifico basato sull’azione dei raggi di luce che colpiscono una lastra di metallo lucido (esattamente quello che aveva fatto Daguerre) rivelando un’immagine; Georgiana accetta di posare, ma quando vede il risultato, ne rimane profondamente turbata: quella che appare in tutta evidenza è la mano purpurea, il resto del volto pare scomparire in una sorta di nebbia indefinibile; Aylmer allora afferra la lastra e la getta nell’acido.

A parte la curiosità di scoprire il primo ingresso della fotografia in letteratura (saranno innumerevoli i rapporti tra le due forme artistiche), è da sottolineare come in quel racconto, scritto 177 anni fa, sono presenti in nuce alcuni dei temi che chi si occupa di fotografia anche solo come semplice curioso, ritrova anche oggi, sia nelle chiacchierate tra amici, sia nei ponderosi saggi di accademici e studiosi. Vale la pena considerarne brevemente un paio.
Il fotografo è un personaggio che si colloca al confine tra la scienza, la tecnica e una dimensione spirituale oscura, vagamente inquietante, difficilmente definibile. Ancora oggi si discute a volte in modo accanito sul rapporto tecnica / sguardo, e tali discussioni hanno trovato un nuovo poderoso impulso con il passaggio dall’analogico al digitale, per cui troviamo blog e articoli in cui viene vivisezionato l’ultimo sensore a cui se ne contrappongono altri in cui si celebra l’intuito e lo sguardo immaginifico di chi scatta seguendo le proprie visioni che affondano nel profondo dell’anima….
La prima fotografia letteraria è un ritratto. Il ritratto è sicuramente il genere più frequentato in tutta la storia della fotografia, non c’è fotografo che non si sia dedicato ad esso, e oggi si moltiplicano i dibattiti su natura opportunità interpretazioni dei selfie, che non sono altro che moderne forme di ritratto.
Ma il ritratto di cui leggiamo è rifiutato: la modella vede solo una cosa del proprio volto, la macchia, tutto il resto scompare, come in una nebbia. E questo forse è l’aspetto più intrigante: quante volte non ci riconosciamo nei nostri ritratti fotografici, quante volte vediamo solo quelli che riteniamo i nostri difetti, che l’immagine riprodotta pare ingigantire, fino a far scomparire tutto il resto. Non è come vedersi allo specchio: vedersi allo specchio è una operazione più intima, riguarda solo noi, è il nostro sguardo che si posa sulla nostra immagine. Ma qui si va oltre lo specchio: l’immagine riprodotta su quella lastra (su quel frammento di carta, su quello schermo…) ha una vita propria, è uno sguardo altro da noi, si posa su di noi provenendo da una dimensione di estraneità. La fotografia è stata scattata con tutte le migliori intenzioni, non è questo in discussione, il problema è che il soggetto si trova di fronte se stesso come non si vede mai, forse come non vorrebbe mai vedersi.
E allora ci vuole molto coraggio, e magari anche un po’ di ironia e leggerezza, per accogliere quell’immagine facendosela amica.


p.s.: il ritratto fotografico che apre questa pagina è di Mathew Brady, scattato intorno al 1864. Brady fu un famoso fotografo statunitense specializzato in ritratti e battaglie: molti suoi ritratti sono di cadaveri….

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https://www.giulioameglio.it/the_birthmark-d11350

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