giulio ameglio

la casa dei sette abbaini

date » 23-10-2020

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Lasciando quei vecchi argomenti, l’anziana signora cominciò a discorrere del dagherrotipista, al quale, dato che sembrava un giovane per bene, pacifico e di pochi mezzi, aveva concesso di sistemarsi in uno dei sette abbaini. Ma, a conoscere un po’ bene il signor Holgrave, ora non sapeva più bene come giudicarlo.(...) Aveva motivo di credere che praticasse il mesmerismo, e, poiché cose del genere erano di moda oggigiorno, arrivava quasi a sospettarlo di praticare la magia nera, lassù, nella sua stanza solitaria.
Queste righe, pubblicate nel 1851, appartengono al romanzo “La casa dei sette abbaini” di Nathaniel Hawthorne e sono importanti perché per la prima volta nella storia letteraria, entra in scena un fotografo. Il romanzo è complesso, con intrecci e atmosfere gotiche, e chi vuole goderne può trovarne una buona traduzione negli Oscar Mondadori. Qui voglio riflettere su due aspetti che, come spesso accade in queste letture, anticipano temi strettamente fotografici ancora oggi di viva attualità.

A quella prima rapida descrizione di Holgrave ne seguirà un’altra più interessante, anche perché ci mostra il fotografo attraverso gli occhi di Phoebe, una giovane donna che vive nella stessa casa.
Lo giudicava di indole incapace di affetto. Era un osservatore troppo calmo e freddo. Phoebe sentiva spesso il suo sguardo posato su di sé, ma il suo cuore raramente, se non mai. Aveva un certo interesse per Hepzibah e per il fratello, e anche per lei, Phoebe. Li studiava attentamente, senza lasciarsi sfuggire il minimo particolare delle loro personalità. (...) Nei rapporti reciproci sembrava più in cerca di cibo per la mente che non per il cuore. Phoebe non riusciva a capire come potesse essere tanto interessato ai suoi amici o a lei stessa dal punto di vista intellettuale, dato che non gli importava nulla, o assai poco, di loro in quanto oggetti di affetto.
Il fotografo protagonista è quindi freddo, distaccato, osservatore attentissimo, ma tutto testa e niente cuore. Sembra quasi un personaggio anaffettivo. Ritornano alla mente le famose parole di Cartier-Bresson sulle caratteristiche del buon fotografo: Quello che un buon fotografo deve cercare di fare è mettere sulla stessa linea di mira il cuore, la mente e l’occhio. Qual è il ruolo del cuore per un buon fotografo? Il reporter che documenta momenti di guerra, di cronaca nera, può permettersi di avere un cuore? Chi documenta scrupolosamente la sofferenza o la solitudine di donne e uomini anziani, malati, a volte genitori o comunque parenti, non sta compiendo un atto di violenza, un atto possibile solo perché in quel momento il soggetto fotografato cessa di essere un “oggetto di affetto” per diventare solo un soggetto emotivamente interessante?
È già stato più volte rilevato come il lessico fotografico sia spesso impregnato di violenza. Esempio classico: l’inglese shot che sta sia per scatto fotografico che per sparo, e shooting è al contempo una sparatoria e una seduta di ritratto. In ogni caso, e qui torniamo alla prima parte della presentazione, il fotografo è una figura inquietante, solitaria, che forse pratica una sorta di magia nera impossessandosi delle immagini e degli sguardi altrui.

Holgrave scatta un ritratto al giudice Pyncheon, altro protagonista del romanzo. Lo vuole mostrare a Phoebe, ma prepara la visione con queste parole:
La maggior parte dei miei ritratti ha un’aria sgradevole; ma ciò accade perché gli originali lo sono per primi. La semplice e limpida luce del cielo svela un intuito meraviglioso. Mentre noi crediamo che si limiti a dipingere la superficie esteriore, in realtà essa fa emergere il carattere segreto con una veridicità che nessun pittore oserebbe mai, quand’anche riuscisse a scoprirla. (...) Ora, il punto è che - agli occhi del mondo e per quanto ne so dei suoi amici più intimi - l’originale ha un viso estrememente piacevole, segno di benignità, di franchezza, di un umore gioviale e di altre lodevoli prerogative. Ma il sole, come vedete, racconta tutta un’altra storia.
Il ritratto fotografico che porta alla luce la vera natura del soggetto. Ritratto che rivela l’anima, come afferma un luogo comune. Nutro da sempre numerose perplessità su questa affermazione. È certo tuttavia che il ritratto offra al soggetto un’immagine differente rispetto a quella che lui stesso si immagina. Ne ho già scritto nel post precedente: lo sguardo che si posa su di noi quando ci fanno un ritratto è differente dal nostro quando ci guardiamo allo specchio, è uno sguardo altro, che quasi certamente entra in conflitto con l’immagine che noi abbiamo di noi stessi. Forse per questo è comunque impietoso, anche perché entra in gioco un rapporto con l’immobilità e il tempo: l’istante sradicato dal fluire del tempo, un’immobilità improvvisa e sorprendente che si stacca dalla vivacità e dal movimento che contraddistingue la vita quotidiana e la nostra percezione di noi stessi. C’è un che di innaturale in questa immobilità, e forse anche questo aspetto entra in gioco nel non riconoscimento di noi stessi nel ritratto che ci viene fatto.
Eppure ne abbiamo bisogno, anche chi sostiene di non venire mai bene in fotografia è alla ricerca di immagini di se stesso; il selfie è diventato il genere più praticato nel web, a testimonianza che le immagini di noi stessi rispondono a un bisogno profondo, quasi fossero testimonianza della nostra esistenza, nonché condizione indispensabile per entrare in relazione con gli altri. Rimane una tensione irrisolta tra il bisogno di apparire in quella immagine che rimane, sulla carta o nel cloud non fa grande differenza, e l’insoddisfazione di quello sguardo che si posa su di noi. Ma forse è proprio questo il bello: l’inquietudine vaga che spinge a cercare una immagine che non potrà mai essere “vera”.
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https://www.giulioameglio.it/la_casa_dei_sette_abbaini-d11364

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