giulio ameglio

il piacere e la malinconia

date » 13-08-2020

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tags » Jeanloup Sieff,

Un fotografo che ho molto apprezzato nei miei anni giovanili, quando iniziavo a sperimentare le possibilità offerte dalla fotografia oltre alle ovvie immagini di cortei e occupazioni, è stato Jeanloup Sieff. Amavo i suoi nudi eleganti e morbidi, le modelle spesso riprese dal basso che si allungavano verso le finestre parigine, con i volti dolci e malinconici. Amavo le foto dei paesaggi, silenziosi, senza alcuna presenza umana, spesso solcati da strade che si perdevano verso l’infinito. Amavo quei bianchi e neri con le ombre profonde che modellavano corpi, volti, alberi, dune. Amavo l’ironia che si sprigionava nei suoi lavori di moda, quasi volesse suggerire che erano quelle, tra tutte le sue immagini, le foto da prendere meno sul serio.
Poi l’ho un po’ perso di vista. Altri fotografi hanno preso il sopravvento nella mia congrega personale di riferimento, ho sperimentato altri modi di fotografare, a volte ho anche smesso, e così anche Sieff si è trovato il suo posto in un angolo un po’ oscuro della mia memoria.
È stato un caso molto piacevole trovare questo volume in una bancarella di libri usati qualche settimana fa. Naturalmente l’ho comprato, mi sono seduto a un tavolino di un bar, e ho iniziato subito a sfogliarlo. Era il perfetto piacere di ritrovare un vecchio amico, con il quale si erano affrontate un sacco di avventure da giovani, legati come eravamo da una di quelle forme di complicità che andava tenuta anche un po’ nascosta; ora era davanti a me, gustando un buon caffè, per chiacchierare sia del tempo passato, sia di questo presente così complicato.
E ho capito.
È bastata la prefazione. Si apre ricordando quanto volte gli è stata fatta la classica domanda: “Perché fotografi?”. Gli lascio la parola:

E oggi, mentre frugo nel passato delle mie immagini e mi interrogo sul perché del loro esistere, devo di nuovo accettare quello che è stato il mio unico vero motivo di realizzare fotografie (…) vale a dire il PIACERE. Ebbene sì! Non è serio, e quasi me ne vergogno, ma è stato solo il piacere a guidare le mie fantasie: il piacere fisico di poter esprimere determinate forme, il piacere delle luci che fanno diventare pazzi, il piacere di comporre e di vivere spazi e incontri…”.

Ho capito che per me è stata (è) esattamente la stessa motivazione. Il piacere totale di cercare angolazioni, frammenti, relazioni, colori, luci e ombre…. il piacere un po’ stregonesco di vedere comparire (un tempo tanto tempo fa) le immagini nelle bacinelle dei bagni chimici e anche di manipolarle (da un po’ di tempo in qua) con i loro pixel luminosi su uno schermo di computer. Ma non credo affatto che questa sia una motivazione superficiale e di basso profilo. E infatti Sieff stesso, nelle righe successive, delinea altri elementi che compongono questa fenomenologia del piacere.

Durante tutta la mia vita mi sono messo alla ricerca del tempo perduto, ho spesso rivolto il mio sguardo verso ciò che fu, ma se la mia intenzione era il ricordo, esso era, se non falso, almeno prematuro, perché fotografavo solo per soddisfare la mia sete di piacere, anche se poi avrei bagnato con lacrime quello stesso piacere fugace al quale mi riportavano le immagini scattate”.

Citazione nella citazione, come fotografia di una fotografia, il richiamo al tempo perduto, perché costretti inevitabilmente a lasciare dietro di noi incontri, volti, situazioni, dà un’altra angolazione a quella ricerca del piacere, tingendola di una malinconia che spesso appare nelle immagini di Sieff (e, chiedo perdono per l’accostamento, anche nelle mie). Ci sono tonnellate di pagine sul rapporto tra fotografie e tempo e non penso minimamente di richiamarle qui; mi basta l’immagine di quelle lacrime mescolate al piacere nel rivedere fotografie che sono i frammenti che definiscono la nostra vita.
Ma un altro passo delinea un ulteriore aspetto di questo piacere:

Al piacere di creare immagini (…) devo aggiungere un altro tipo di piacere, quello della comunione con i paesaggi che fotografo. La mia infanzia ha avuto come unica compagnia la solitudine (…) e se all’inizio mi fu dolorosa, imparai ad accettarla (per forza di cose!) fino a trovarmi più volte alla sua ricerca, come se desiderare ciò da cui non potevo fuggire fosse per me una maniera per vendicarmene. Allora, cosa rappresentano quelle mie foto che cercano spazi vuoti, e quella felicità che ho sentito in Scozia o nella Dearh Valley, se non degli incontri accettati, voluti, con il bambino nostalgico del quale riesco, in questo modo, a sublimare le angosce passate?”.

Qui entra anche Freud a farci compagnia nella nostra chiacchierata al bar. Ci beviamo un altro caffè, questa volta in silenzio, aspirando lentamente quel magnifico amaro che possiamo trovare solo in un caffè fatto veramente bene, nei bar più seri di Torino, bevuto naturalmente senza neanche un velo di zucchero, poi, guardandoci negli occhi, sorridiamo. Perché nel frattempo è passata un’ombra elegante e sinuosa vicino a noi, perché piacere, malinconia, ironia, memoria, perdita, sono tutte sfaccettature della stessa, profonda, ricerca di noi stessi.
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https://www.giulioameglio.it/il_piacere_e_la_malinconia-d11080

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