giulio ameglio

fotografia e condivisione

date » 21-03-2021

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La fotografia è inquietante, disse Gerione.  
La fotografia è un modo per giocare con la percezione delle relazioni. 
Beh esattamente. 
Ma non hai bisogno di una macchina fotografica per capirlo. Per esempio le stelle? 
Mi vuoi dire che le stelle non sono realmente dove sono? 
Alcune sono là ma altre si sono spente decine di migliaia di anni fa. 
Non ci credo. 
Come puoi non crederci, è un fatto noto. 
Ma io le vedo. 
Ne vedi il ricordo. 
Abbiamo già avuto questa conversazione?

Anne Carson, “Autobiografia del Rosso”



A partire dagli anni Settanta del secolo scorso si sono moltiplicate le analisi e le elaborazioni teoriche volte a cercare di definire l’essenza della fotografia, utilizzando diversi linguaggi e apparati, tecnici, filosofici, semiologici, estetici. Naturalmente gli autori e le autrici di tali elaborazioni erano spesso in conflitto anche aspro tra loro, giungendo non poche volte, nelle loro polemiche teoriche, a veder svanire, senza forse rendersene conto, l’esperienza concreta e reale dell’atto fotografico. Esperienza che negli ultimi decenni ha avuto un incremento straordinario, reso possibile naturalmente (ma non solo) dall’evoluzione tecnologica dello strumento fotografico (l’introduzione del digitale e dei cellulari) e dello spazio che permette la visione e lo scambio di fotografie (il web e i social).
Questa evoluzione ha cambiato in parte le carte in tavola, stimolando ulteriori riflessioni, alcune delle quali nate da un interesse reale nei confronti, mi ripeto, dell’esperienza del fotografare.
La tesi a cui mi sento più vicino, proprio a partire dalla mia attività di fotografo e di curioso del mondo e della storia della fotografia, è di Michele Smargiassi, attento osservatore e studioso dei numerosi aspetti storici e contemporanei che riguardano l’universo fotografico. Secondo lui

…se esitiamo troppo a provare a definire l'oggetto della nostra passione, per timore di essere azzannati di nuovo da polemiche viziose, o di alzare recinti che poi crollano, finisce che lasciamo la fotografia senza identità, a disposizione di qualsiasi scorribanda intellettuale più o meno spensierata. (…) Accetterò il rischio e avanzerò una proposta di definizione. Ancora embrionale, ma che vorrei veder crescere con l'aiuto di tutti. Penso che il fotografico sia, al suo grado più profondo, un procedimento di produzione di immagini, governato da un protocollo di regole e tecniche specifiche, che rende possibile la condivisione sociale di una visione individuale delle cose del mondo fisico. (…) L’elemento sociale, relazionale, è indispensabile quanto quello tecnologico per capire e definire la fotografia. "Nessuno può fare fotografia da solo": l'intuizione di McLuhan non è mai stata così vera oggi, ma lo è stata fin dall’inizio.

La parola chiave in questa possibile definizione è “condivisione”. Può colpire come non venga al contrario utilizzato il termine “comunicazione”. I due termini appartengono alla stessa area semantica, e sono a volte utilizzati nella pratica quotidiana indifferentemente, ma è certo necessario contestualizzarli con più attenzione.
Il termine “comunicazione” è ampiamente polisemico, ed è quindi utilizzato in ambiti assai diversi tra loro. Per quanto ci riguarda direttamente, vi sono alcuni elementi comuni nelle impostazione dei diversi studiosi, e uno di questi riguarda la necessaria esistenza di un codice, da intendere come un sistema di regole che, se condiviso tra i vari soggetti dell’atto comunicativo, dovrebbe permettere il passaggio dei diversi messaggi. Il termine “condividere” è invece più sfumato e contiene implicazioni etiche, forse più vicine al mondo della filosofia e della religione che a quello della tecnica.

Facciamo qualche passo indietro.
Nel 2010, in un suo intervento al 38° Congresso dell’Associazione Italiana Studi Semiotici, Umberto Eco afferma:

Pensavo che, se questo convegno avesse dovuto svolgersi trent’anni fa in presenza di soli semiotici, senza invitare i benedetti sociologi e tutti quelli che si occupano di cose totalmente inutili, ci saremmo tutti puntati in termini peirciani sul fatto che di tutte le categorie di segni la fotografia era quello che più tipicamente esemplificava l’indicalità o l’indessicalità perché la lastra veniva impressionata da qualcosa che era lì, quindi la fotografia era anzitutto un’orma e come l’orma presuppone colui che l’ha impressa e non potrebbe esistere senza, altrimenti non sarebbe un’orma, ma l’icona, l’immagine e la rappresentazione figurativa di un’orma. Era però un periodo in cui si pensava ancora di fare una tipologia di segni.
Stavo pensando che oggi invece dovremmo riproporci la questione nel senso che la fotografia non è una forma di segno. La fotografia non è altro che una materia dell’espressione, così come lo è la voce e con la voce si possono poi costruire poi degli oggetti semiotici che sono la parola parlata, il canto, il linguaggio tambureggiato e fischiato. Si fa un sacco di semiosi con la voce, ma la voce non è una categoria di segni, è una materia che poi produce sostanze e forme diverse e così è la fotografia.


Eco abbandona quindi le sue posizioni precedenti che lo avevano portato a proporre un elenco di ben dieci codici iconici all’opera nelle fotografie, per spostarsi su uno sguardo molto vicino a quello di Roland Barthes che in alcuni suoi libri aveva esplicitamente sostenuto l’idea che la fotografia fosse un linguaggio senza codice, arrivando quindi a trattarla con un approccio soggettivo, biografico e profondamente emotivo. Fondamentale al riguardo l’ultimo libro da lui pubblicato in vita, “La camera chiara”, nel quale, partendo da un’esperienza personale molto intensa, sviluppa penetranti riflessioni sull’insieme dell’esperienza fotografica.
Passando a uno studioso più vicino a noi, Fred Ritchin afferma di pensare alle fotografie non come a “referenti”, bensì come a “desiderenti”, coniando un neologismo che ben rappresenta una relazione che si instaura tra il fotografo, lo spettatore e quanto viene raffigurato, una relazione basata sul desiderio, quindi su una pulsione potente e profonda che ci agisce.
E ancora un altro studioso, André Gunthert, ha pubblicato recentemente un importante volume sulla diffusione della fotografia oggi, che già nel titolo afferma esplicitamente quella che secondo lui è la caratteristica della fotografia: “L’immagine condivisa”. Gunthert ritiene che la straordinaria quantità di immagini oggi prodotte abbiano una chiara finalità di condivisione sociale, acquisendo una natura “conversazionale”: sono cioè il tramite di una conversazione a distanza nella quale si condivide un’esperienza, un essere in un luogo provando certe emozioni e sensazioni. Con la fotografia diffusa sul web o tramite i nostri smartphone viene surrogato quello che nelle relazioni a distanza inevitabilmente si perde, ossia il linguaggio del corpo. Sostiene ancora che grazie a questa struttura conversazionale della fotografia viene sviluppata una nuova competenza:  “La capacità di tradurre una situazione sotto forma visiva, in modo da proporre una sintesi, spesso personale o ludica, un modo di reinterpretare il reale.”

Queste riflessioni ci portano quindi al secondo dei due termini dai quali siamo partiti: condivisione. Il fotografo che oggi lavora con il suo strumento (che sia una raffinata mirrorless professionale o uno smartphone da pochi soldi) a meno non stia lavorando a un progetto su commissione, crea un’immagine che, anche in minimo grado, nasce soprattutto da un movimento interiore. Fotografare il piatto che ci si accinge a gustare, scattarsi un selfie davanti a un bel panorama o con un vestito nuovo addosso, ritrarre il vaso di fiori sul davanzale nel quale stanno rispuntando i primi boccioli primaverili, e inviare queste immagini alla persona amata, all’amico, o alla platea degli utenti di Facebook o di Instagram, non sono atti di narcisismo né atti comunicativi: sono un invito a condividere corporalmente il piacere del cibo, la soddisfazione per la nostra immagine con il vestito nuovo, la gioia per la primavera. In questo senso la fotografia è una modalità di relazione speciale tra le persone, e rende possibile l’ebbrezza di poter dire ai nostri simili, perfino a distanza, “ho visto questo, ho provato questo, guardalo e provalo anche tu, con me.


Riferimenti bibliografici

Barthes R., Elementi di semiologia, Einaudi, Torino, 2002 (ed. or. 1965)
Barthes R., La camera chiara. Note sulla fotografia, Einaudi, Torino, 2012 (ed. or. 1980)
Gunthert A., L’immagine condivisa, Contrasto ed. Roma, 2016 (ed. or. 2015)
Ritchin F., Dopo la fotografia, Einaudi, Torino, 2012 (ed. or. 2009)


Link
https://www.giulioameglio.it/fotografia_e_condivisione-d12312

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