giulio ameglio

autoritratti #8

date » 25-01-2021

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1970_Bruce_Nauman.jpg

Questo autoritratto è costituito da tre elementi: un corpo, un gesto, un titolo. Quindi, per dialogare con esso, dobbiamo collocarci all'interno di questo triangolo, immaginando modi per far interagire i suoi tre lati.
Possiamo partire dal corpo, o meglio, dalla parte del corpo che vediamo: un busto nudo di un giovane uomo, magro, le clavicole ben rilevate, il collo teso, il volto, con uno strano colorito verdastro, rivolto verso l'alto. Quando qualcuno si fotografa nudo probabilmente vuole allontanare dalla sua immagine tutti gli orpelli, gli abbellimenti, gli accessori: tutto diventa un sovrappiù inutile, forse una maschera resa necessaria dalle relazioni sociali in cui siamo quotidianamente avvolti. Ma se decidiamo di fotografarci nudi probabilmente tentiamo di interrompere il quotidiano, creando un momento di sospensione in cui cerchiamo di avvicinarci a una essenzialità nascosta anche a noi stessi. In fondo dovremmo essere noi i primi osservatori della nostra immagine, e non è affatto detto che qualcun altro la veda. Quindi vedere quel giovane busto nudo ci fa avvicinare a qualcosa di essenziale, non sappiamo ancora riconoscerlo, ma dovremmo acuire la nostra attenzione e la nostra curiosità.
Forse il secondo lato ci può aiutare, visto che è il più sorprendente. Prima ho detto un'inesattezza: i gesti in realtà sono due, uno compiuto dalle mani, l'altro dalla bocca. Le due mani alzate: un atto di resa o una specie di respingimento, di allontanamento? Forse entrambi: come se dicesse: sono nudo, non ho difese, non sono un pericolo, ma, vi prego, state lontani. Non entrate nel mio spazio, considerate solo ciò che sto "veramente" facendo. E questo ci conduce all'altro gesto, del tutto sorprendente: il getto d'acqua che esce dalla sua bocca. Non sta sputando, attenzione, sta creando un arco luminoso d'acqua che si perde progressivamente nell'oscurità. Pare un gioco, e la concentrazione che intravediamo nei suoi occhi ci suggerisce che è un gioco molto serio, che richiede attenzione, e allora quelle mani alzate ci dicono sia di non disturbare questa concentrazione sia di stare a una certa distanza perché non vuole bagnarci. Si preoccupa per noi? O vuole tenere il gioco tutto per sé?
E andiamo finalmente al terzo lato: il titolo che Bruce Naumann ha dato a questa fotografia è: "Self Portrait as a fountain". Il titolo svela a che gioco sta (stiamo) giocando: dovremmo innanzitutto ricordare che molti artisti hanno costruito alcune loro opere citando, in modi più o meno espliciti, opere del passato. Tantissimi fotografi l'hanno fatto, mi hanno sempre molto colpito, per esempio, alcune fotografie e autoritratti straordinari di Robert Mapplethorpe con evidenti riferimenti a Michelangelo e a Caravaggio. E allora probabilmente è a questo gioco che sta giocando Naumann con la sua bizzarra costruzione. Non bisogna faticare molto scavando nei nostri ricordi di storia dell'arte per trovare un'altra fontana famosissima, considerata da molti storici la pietra fondante dell'arte contemporanea: la "Fontana" di Marcel Duchamp, cioè un orinatoio rovesciato firmato "R. Mutt", creato nel 1917, opera mitica sia perché andata perduta e mai esposta se non, brevemente, in una galleria di New York (dell'originale esiste solo una fotografia scattata da uno dei padri della fotografia novecentesca, Alfred Stieglitz), sia perché ne esistono attualmente almeno diciassette versioni collocate in vari musei e gallerie private del mondo, tutte realizzate a partire dagli anni Sessanta del Novecento, sia ancora perché secondo alcuni studiosi Marcel Duchamp non è affatto il creatore di quest'opera, bensì l'ideatrice sarebbe Elsa von Freytag-Loringhoven, artista e poetessa tedesca soprannominata anche "la baronessa dadaista".
Insomma un'opera fantasma, che pochi hanno visto, uno solo ha fotografato, effimera. Proprio come il getto di acqua che sgorga dalla bocca di un giovane dal corpo nudo, la cui freschezza non durerà forse a lungo, svanendo, come l'arco disegnato dall'acqua, nel buio dello sfondo.
Ma c'è un altro aspetto che vale la pena considerare in questo autoritratto. Ciò che lo differenzia da molti altri autoritratti è che in questo caso non abbiamo una persona che si è messa diligentemente in posa, ma un corpo che agisce: è l'autoritratto di un atto, di un movimento, di una performance. Questo ci porta all'interno di tutta la "performance art", che si sviluppa a partire dagli anni Sessanta del Novecento (coincidenza: gli stessi anni in cui vengono create fontane-orinatoi in serie) e che ha acquistato sempre più importanza anche con creazioni di grandissima risonanza emotiva nel corso degli anni (un solo nome che vale per tutti: Marina Abramovic).

Bruce Naumann, che nasce negli U.S.A. nel 1941, è un importante fotografo, videoartista, scultore, performer. Nelle sue opere ha sempre mostrato un grande interesse verso il gioco (ci sono creazioni di scritte con tubi al neon che generano divertenti giochi linguistici, come anagrammi, scambi di lettere e di sillabe, inversioni) ma anche una ricerca costante di essenzialità. Questo autoritratto è stato pubblicato nel 1970, insieme ad altre immagini e video girati nel suo studio, per raccontare il suo processo creativo. Perché, oltre all'importanza del gioco, Bruce Naumann ci ricorda che è il percorso di ricerca ciò che conta, e ci può cambiare.
Il resto è il getto d'acqua di una fontana che sparisce nel mare.

autoritratti #7

date » 30-11-2020 15:31

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tags » self portrait, autoritratto, Margeret Bourke-White,

1933_Bourke_White_Self_portrait_copia.jpg

L’ultimo autoritratto pubblicato era dedicato a Vivian Maier; se ora proviamo a pensare a una fotografa che potrebbe costituire l’esatto opposto di Vivian, non può essere che Margaret Bourke-White.
È in corso a Milano in queste settimane una mostra a lei dedicata, da cui è stato tratto un bel catalogo il cui testo è costituito da pagine appartenenti alla sua autobiografia, e il cui titolo rappresenta indubbiamente il suo programma di vita: Prima, donna. Se Vivian Maier ha vissuto dietro le quinte tutta la sua vita, nascondendo la propria opera, destinata in fondo solo a se stessa, Margaret Bourke-White è sempre stata alla ribalta, in primissima fila, e il suo lavoro doveva occupare le prime pagine di giornali, riviste e libri. Una sua foto scattata durante la costruzione di una gigantesca diga è la copertina del primo numero di Life nel 1936. È la prima fotografa a pubblicare un volume sulla grande Depressione negli stati agricoli degli U.S.A. (You Have Seen Their Faces, insieme allo scrittore Erskine Caldwell) nel 1937. La prima fotografa occidentale a documentare la Russia del Piano quinquennale e a scattare un ritratto non ufficiale a Stalin, nel 1941. La prima donna a volare sui caccia americani durante la seconda Guerra Mondiale. La prima fotografa a entrare nel campo di concentramento di Buchenwald, nel 1945, documentandone le atrocità (scrisse nella sua autobiografia: “Spesso mi chiedono come sia riuscita a fotografare tali atrocità. Per lavorare ho dovuto coprire la mia anima con un velo. Quando fotografavo i campi di sterminio, quel velo protettivo era così saldo che a malapena comprendevo cosa avevo fotografato”). E ancora l’unica fotografa vicina a Gandhi nelle ultime ore prima del suo assassinio. E, oltre a tante altre “prime volte”, la prima fotografa a raccontare, con l’aiuto dell’amico e collega Alfred Eisenstaedt, la propria malattia, il morbo di Parkinson, arrivando anche a farsi fotografare durante un’operazione al cervello, e poi malata, vecchia, con i capelli quasi rasati a zero. Lei che era diventata famosa, oltre che per i suoi lavori, per l’eleganza dei suoi abiti, sempre tutti in tinta, non solo guanti, gonna, cappello, ma anche il panno con cui coprire la macchina fotografica.
Quindi sicuramente una vita straordinaria, e, se consideriamo il suo autoritratto che apre questa pagina, possiamo vedere in esso già ben presente lo stile di questa vita.

L’autoritratto è del 1933, Margaret ha 29 anni ed è già una fotografa affermata. Figlia di un inventore, appassionata di meccanica, le sue prime esperienze di fotografa sono state dedicate a ritrarre fabbriche, macchinari, dighe, soprattutto acciaierie, rischiando più volte di rimanere ustionata, con immagini sempre colte da angolature particolari e insolite, frutto di uno sguardo e di uno studio scrupoloso.
E anche questo autoritratto è indubbiamente il risultato di una preparazione accuratissima. La prima impressione è naturalmente data dal punto di ripresa: dal basso, e questo slancia la figura di Margaret verso l’alto, imponente e composta nello stesso tempo. Ma subito dopo ci accorgiamo che le figure in gioco sono due, non solo una. Insieme a Margaret, protagonista con lo stesso rilievo dell’immagine, c’è la grande macchina fotografica. Pare un essere antropomorfo, una sorta di Polifemo dall’unico occhio, indagatore, inquietante, inumano. Ma i due sono coinvolti in un passo di danza. Le gambe divaricate con la stessa angolazione, lo sguardo rivolto nella medesima direzione, e le braccia di Margaret che avvolgono la macchina, in un gesto elegante e morbido, ma anche sicuro. È Margaret che sta conducendo questo passo di danza, le sue mani tengono con delicatezza una lastra per schermare la luce e il pulsante di scatto: viene congelato l’attimo decisivo dello scatto, l’istante in cui i due ballerini esprimono il loro virtuosismo e la loro perfetta intesa.
Margaret guida la danza con grazia, è elegante e sobria: il maglione suggerisce calore e morbidezza, i pantaloni hanno una piega perfetta, le scarpe dalla suola flessibile per muoversi (e fotografare) agilmente. Mettiamo insieme il tutto e possiamo forse notare come l’immagine suggerisca una rappresentazione che si sta svolgendo su un palcoscenico: noi siamo gli spettatori di questa danza, di questo passo a due elegante e algido. Tutto è perfettamente composto e controllato.
Come su ogni palcoscenico sono accennate anche le quinte: sullo sfondo, in basso a sinistra, compare una sagoma geometrica, come a ricordare il suo lavoro con fabbriche, dighe e cantieri. Tre anni prima di questo autoritratto Margaret (a 26 anni) aveva documentato la costruzione del Chrysler Building, e pochi anni dopo avrà uno studio al sessantunesimo piano del famoso grattacielo: esiste una foto memorabile in cui è in precario equilibrio su un gargoyle del grattacielo, con quasi 200 metri di vuoto sotto di lei, con un elegante baschetto in testa, la solita gigantesca macchina tra le braccia, lo sguardo attento e indifferente al vuoto (d’altra parte un suo motto era: “Se ti trovi a trecento metri di altezza, fingi che siano solo tre, rilassati, e lavora con calma”).

Margaret ha sempre amato l’altezza e lo sguardo dall’alto, utilizzato nei suoi reportages aerei, ma in fondo presente anche nel distacco manifestato nell’esposizione della propria malattia, quasi indifferente al disfacimento fisico come lo era stata al vuoto.
La più famosa delle frasi di Robert Capa era “Se le vostre foto non sono abbastanza buone, non siete abbastanza vicino”. Forse per Margaret si potrebbe dire che “Se le vostre foto non sono abbastanza buone, non siete abbastanza in alto”.
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