giulio ameglio

autoritratti #1

date » 02-08-2020

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tags » autoritratto, storia della fotografia, Robert Cornelius,

Cornelius.jpg


L’uomo ritratto in questa foto si chiamava Robert Cornelius e, in quel momento, aveva trent’anni, viveva a Filadelfia, e lavorava insieme al padre nel negozio di lampade della famiglia. Nell’immagine presenta un certo fascino. Il viso regolare, con il naso solo leggermente più grande di quanto potremmo aspettarci, le labbra piene, chiuse ma non serrate. Gli occhi fissi, attenti, ci stanno guardando leggermente dall’alto come se volessero sfidarci nella loro attenta osservazione. E poi i capelli, disordinati, mossi, un ciuffo che cade in mezzo alla fronte enfatizzando una stempiatura precoce, segno di pensiero, intelligenza, curiosità. Forse anche un poco di tormento. Le ciocche laterali aggiungono una sfumatura vagamente demoniaca.
Il volto è leggermente verso sinistra, così gli occhi si devono muovere nella direzione opposta per inseguirci e tenerci sotto il loro controllo.
Il bavero della giacca rialzato completa il cliché di un uomo consapevole del proprio fascino, sicuro di se stesso, probabilmente un po’ arrogante.

Era nato a Filadelfia il primo giorno di marzo del 1809. Filadelfia era una città molto importante all’epoca. Era stata la capitale degli U.S.A. fino a pochi anni prima (dal 1781 al 1800), era stata la sede della Dichiarazione di Indipendenza del 4 luglio 1776, e poi della convenzione che portò alla Costituzione e alla nascita del primo governo degli Stati Uniti. Era una città ricca, piena di iniziative e di stimoli. Molti gli immigrati che avevano deciso di stabilirsi lì, e tra questi il padre di Robert, immigrato olandese che vi aveva aperto un negozio di lampade. Mandò il giovane Robert in una scuola privata, dove il ragazzo si appassionò soprattutto alla chimica. Terminata la scuola andò a lavorare nel negozio paterno, diventando particolarmente abile nella lucidatura dell’argento e di altri metalli. Divenne amico di uno dei primi fotografi americani, Joseph Saxton, tra i primi a leggere negli U.S.A. il testo pubblicato nell’estate del 1839 da Louis Jacques Mandé Daguerre, nel quale l’ex pittore di scenografie francese spiegava come era riuscito a fissare delle immagini su una lastra d’argento lucidata e resa sensibile alla luce dopo averla affumicata con vapori di iodio scaldato.
Nel 1840 Robert aprì uno studio fotografico (forse il primo studio negli U.S.A.) nel quale realizzava e vendeva a un pubblico curioso ma ancora un po’ sospettoso dagherrotipi con i loro ritratti. Ma non si limitava a questo: studiava numerosi perfezionamenti, cercando soluzioni chimiche più efficaci per fissare i volti, e lavorando con specchi posizionati in vari modi per creare effetti di luce più intensi.
Lo studio non durò molto, un paio di anni. Poi abbandonò tutto per tornare all’attività paterna. L’America della seconda metà dell’Ottocento vedeva la propria economia espandersi con un ritmo incandescente, la richiesta di beni e merci di vario tipo era incalzante, e Robert aveva probabilmente capito che la ricchezza era molto più a portata di mano progettando e costruendo sempre nuovi tipi di lampade, che non realizzando dagherrotipi per i ricchi borghesi di Filadelfia, che forse preferivano ancora un buon ritratto a olio da appendere nel salotto di casa. Comunque, almeno per quanto riguarda la ricchezza, aveva visto giusto. Quegli occhi che ci guardavano indagandoci sapevano dove portava la corrente del dollaro. Il negozio di lampade si ampliò, divenne una industria, una tra le prime produttrici di lampade negli U.S.A. e questo permise a Robert di ritirarsi dal lavoro, ricchissimo, nel 1877, affrontando nel più grande benessere gli ultimi anni della sua vita felice, che si concluse il 10 agosto del 1893, lo stesso giorno in cui dall’altra parte dell’oceano, in Italia, nasceva ufficialmente la Banca d’Italia e venivano introdotti con un Regio Decreto nel nostro paese i fusi orari.

Ma è il momento di tornare al pomeriggio di ottobre in cui venne “scattata” la foto che ritrae Robert. Il giovane è nel negozio del padre. Nelle ultime settimane ha frequentato assiduamente Saxton, ne ha studiato le tecniche, ha collaborato con lui a preparare le lastre d’argento da infilare nella scatola chiusa da una lente, a renderle sempre più lucide, e soprattutto lo ha affiancato nei momenti in cui, dopo lo scatto (uno scatto di minuti, lunghi, lenti), bisogna tornare ad affumicare la lastra, questa volta con vapori di mercurio; a quel punto lentamente sulla lastra si disegna una patina biancastra, dove la luce ha compiuto il suo miracolo di trasformazione, ed inizia a disegnarsi una strada, un palazzo, un paesaggio. Bisogna poi ancora lavare la lastra in acqua salata, per fissare quella patina. Saxton fotografa le strade di Filadelfia, ma soprattutto i palazzi. Immobili. Se una persona passa davanti al palazzo non lascia traccia sulla lastra. Troppo veloce. Inutile.
Ma Robert non ci sta, e ha un’idea rivoluzionaria. Lui vuole le persone, vuole un volto, degli occhi. Forse non si fida molto della possibilità di convincere qualcuno a rimanere un quarto d’ora assolutamente immobile davanti a quella scatola, forse non vuole abbassarsi a chiedere. C’è lui stesso, si ritiene certamente un soggetto interessante, sa di potersi controllare, e poi, se ne uscisse un fiasco totale, nessuno lo verrebbe a sapere. E così quel pomeriggio di ottobre, sicuramente un giorno di luce calda e dorata, forse con l’aria già fresca (il bavero della giacca…), piazza la scatola con dentro da una parte la lastra, dall’altra la lente che funge da obiettivo nel cortile del negozio, toglie il tappo che copre la lente, corre a mettersi davanti alla “macchina” e rimane immobile, fissando i suoi occhi nell’obiettivo, per forse dieci, quindici minuti. Respira lentamente, non muove un muscolo. Sa controllarsi, sa perfettamente cosa vuole.
Quando la lastra verrà estratta, “sviluppata”, fissata, Robert si vedrà cristallizzato in una immagine per sempre giovane e affascinante. Sul retro della lastra scriverà di suo pugno: The first light Picture ever taken. 1839.
Nella sua presunzione si sbagliava: non era certo la prima “pittura di luce” mai presa nella storia, ma forse era qualcosa di più: era il primo ritratto della storia della fotografia, e, guarda caso, era un autoritratto.

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