giulio ameglio

autoritratto #11

date » 06-09-2021

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tags » autoritratti, Irving Penn,

Irving_Penn_self_portrait_1986.jpg

IN LODE DELL’IMPERFEZIONE

Il 23 maggio del 1975 viene inaugurata al MOMA di New York una mostra fotografica che espone gli ultimi lavori di Irving Penn, uno dei più famosi fotografi di moda del Novecento, star di Vogue, e in seguito autore di iconici ritratti di artisti, attori e attrici, personaggi della politica. La mostra si intitola semplicemente “Recent work by Irving Penn” ed è costituita da 14 grandi stampe al platino alle quali Penn aveva lavorato per un anno, al fine di raggiungere una perfezione di stampa assoluta con una ricchezza di particolari e una completezza di tonalità straordinarie. Tutte le 14 fotografie rappresentano mozziconi di sigaretta: cicche allineate singolarmente, a coppie, in gruppetti di tre, ben schiacciate, appena tolte dai posacenere in cui erano finite (o forse raccolte per terra). Sono ben visibili le marche, i frammenti di tabacco combusti, le macchie causate dall’uso e dallo schiacciamento.
Penn, nato a Plainfield, New Jersey, nel 1917, nelle sue varie sperimentazioni aveva anche ideato un modo molto particolare di costruire i suoi ritratti, creando i “Corner portraits”. Aveva infatti inventato un set a forma di angolo acuto ottenuto unendo due pannelli bianchi posati su una vecchia moquette stesa sul pavimento; costringeva le persone in quell’angolo e li fotografava mentre cercavano di adattarsi a quello spazio angusto e scomodo. Inaspettatamente quella idea piaceva molto ai soggetti fotografati, tanto che Penn racconterà in una intervista rilasciata anni dopo:

Durante il 1948 ho iniziato a fotografare ritratti in un piccolo spazio d’angolo realizzato con due pannelli messi insieme e il pavimento coperto da un pezzo di vecchia moquette. Questo confinamento sorprendentemente sembrava dare conforto alle persone, calmandole. Le pareti erano una superficie su cui appoggiarsi o spingere contro. Per me le possibilità dell’immagine erano interessanti: limitare i movimenti del soggetto sembrava sollevarmi di una parte del problema di occuparmi di loro.

Cos’hanno in comune le immagini dei mozziconi con questi ritratti inconsueti? E cosa ci porta all’autoritratto che Penn crea nel 1986?
Ci vedo due elementi. Prima di tutto l’imperfezione (presenza paradossale in stampe che, come ho ricordato sopra, erano di una perfezione tecnica assoluta). L’imperfezione presente in scarti buttati via, in corpi costretti in spazi angusti che si contorcono, forse con calma e tranquillità, ma certamente cercando posizioni non classiche né eleganti, per adattarsi a quello spazio così anomalo.
E poi l’idea dello schiacciamento, della compressione, della improvvisa mancanza di spazio. Come se Penn, che nella sua multiforme attività di fotografo aveva anche realizzato servizi in varie parti del mondo, sentisse lo spazio dello studio (il suo spazio vitale?) come qualcosa in fondo di soffocante, una mancanza di spazio che diventava mancanza di respiro (quanto respiro disperso attraverso quei mozziconi): un sottofondo claustrofobico, una vibrazione sfumata ma ben presente.

Di questi due elementi è imbevuto l’autoritratto. Il volto come schiacciato dalla sua parte sinistra, sorprendentemente viene duplicato e manipolato: l’occhio sinistro spalancato ci butta addosso uno sguardo reso ancora più inquietante dall’orecchio che si allunga e si assottiglia richiamando all’immaginazione particolari anatomici alieni, la bocca si apre in un ghigno anch’esso duplicato, ma solo parzialmente: io vedo un volto schiacciato su una lastra di vetro riflettente, che mantiene da una parte tutta la sua dignità e profondità, ma dall’altra si duplica e si contorce creando una maschera grottesca: un volto saldo e concreto che improvvisamente inizia a liquefarsi.
La raffigurazione del volto è caratterizzata inoltre da una assoluta ricchezza tonale e da una resa dettagliatissima di tutti i particolari. Il reticolo delle rughe, la grana della pelle, i pochi capelli cortissimi, tutto suggerisce concretezza e perfezione tecnica. Ma poi tutto si sfalda. Macchie di vario tipo entrano nella composizione, triangoli luminosi, ombre innaturali, linee che sfuggono dal volto (un brandello acuminato di mandibola che se ne va per conto proprio), addirittura i riflessi del diaframma della macchina fotografica. E ancora macchie sullo sfondo bianco, perfino il bordo di qualcosa (una cornice?) che compare in alto a destra. Quanta imperfezione si raduna in questo perfetto autoritratto.
È curioso pensare che nello stesso anno in cui realizza questo autoritratto, Penn fotografa una serie di crani animali scoperti in un museo di Praga, che danno origine a una serie intitolata “Cranium Architecture”. Crani come architetture rigorose e stabili. Che contenevano vita ma ora ne mantengono solo un ricordo silenzioso. Architetture armoniose ma che accolgono inesorabilmente in loro l’idea del disfacimento.
Forse questo ci racconta l’autoritratto di Penn. Forse ci parla di come la vita ricca e intensa che ci modella disegnando il reticolo di linee dei nostri volti, deve far fronte a eventi drammatici, che ci schiacciano, che nulla può essere perfetto come sembra, che le macchie e le distorsioni ci accompagnano quotidianamente, accumulandosi su di noi, e che la perfezione esiste solo in ciò che resta quando ce ne siamo andati.
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