giulio ameglio

le vite di Lee Miller

date » 10-03-2021

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tags » Lee Miller, Antony Penrose, Serena Dandini,

Antony_Penrose.jpg

Ho conosciuto Lee Miller tanti anni fa (ma proprio tanti) quando iniziavo a fare i primi esperimenti in camera oscura e, in vena di bizzarrie artistiche, mi misi a provare rayogrammi e solarizzazioni. Avevo scoperto un libro di Man Ray, con quelle meravigliose immagini che ricreavano una realtà ambigua, affascinante, al di fuori e al di sopra della storia, e, tra quelle immagini, alcuni ritratti solarizzati di una donna bellissima, della cui immagine mi innamorai perdutamente: il classico colpo di fulmine, esattamente come avevano provato, nel corso degli anni Trenta, decine di uomini che ebbero la fortuna e la disgrazia di incontrarla.
Il 2020 è stato un po' il suo anno, favorito dalla moda editoriale che da qualche tempo ha preso piede: libri con dosi più o meno accentuate di fiction ispirati dalla vita, ma soprattutto dal personaggio, di fotografe divenute, per motivi differenti, icone del Novecento. Il libro dedicato a Lee Miller è stato "La vasca del Führer" di Serena Dandini, uscito per Einaudi a novembre. La sua lettura mi ha tuttavia spinto a recuperare un libro pubblicato nel 1988, tradotto in Italia nel 2009: "Le vite di Lee Miller" di Anthony Penrose.
Il fatto interessante è che l'autore del libro è il figlio di Lee Miller e del pittore, scrittore, collezionista Roland Penrose, il suo secondo marito. È l'uomo sorridente ritratto nella fotografia che apre questo articolo: probabilmente ben pochi lo conoscono, ma sicuramente molti conoscono benissimo alcune delle fotografie appese alla parete alle sue spalle, tra cui, guarda caso, ben due versioni del ritratto di Lee nella vasca del Führer: da notare che non si tratta di un autoritratto, come a volte viene suggerito, ma di una sequenza di ritratti scattati da David Scherman, amico collega amante di Lee, che condivise con lei varie avventure fotografiche spesso abbastanza rischiose.
Ma tornando ad Anthony Penrose, il suo libro ci permette di entrare più in profondità nella vita (o meglio nelle vite) di una madre così impegnativa. Il che non vuol certo dire che tutto sia da prendere come una verità assoluta, ma nessuna biografia (come nessuna autobiografia, per altro) ci può garantire una totale verità. Visto che parliamo di fotografia, se un libro come quello della Dandini potrebbe essere visto come un progetto in cui l'autrice sceglie uno spunto per rispecchiarsi in esso, e quindi propone una serie di immagini per parlare in realtà di se stessa, il libro di Penrose è un reportage "impegnato", ma come dovremmo ormai sapere, anche i fotoreporter più impegnati e seri scelgono cosa documentare e cosa tralasciare, scelgono inquadrature, effetti, tagli, perché vogliono raccontare una storia ma sempre partendo dai propri principi etici ed estetici.
E così se la Lee Miller della Dandini è una donna affascinante, inquieta, amata da tutti, vittima di se stessa, una figura iconica con la quale l'autrice dialoga, la Lee Miller del figlio è certamente affascinante e inquieta, ma anche cinica, sgradevole, egoista. È una donna che va al gabinetto (l'incipit del suo diario nel 1939 è il seguente: "È piuttosto tipico che cominci il mio diario con quasi una settimana di ritardo e durante i  minuti destinati a farmi sciogliere una supposta di glicerina nel sedere, procedura antipatica mirante a espellere il cibo - ancora della settimana scorsa - sicché si comincia con una purga generale"), che vomita, si ubriaca spesso e volentieri, si imbottisce di anfetamine per piacere personale e per reggere le situazioni indubbiamente difficili che deve affrontare, ma nelle quali si è messa quasi sempre per sua scelta.
È una donna generosa ma che a volte odia profondamente: arriva, per esempio, a compiere un rito voodoo su una bambolina che raffigurava Cecil Beaton, famosissimo fotografo di moda, suo capo a Vogue, reo di trattarla con condiscendenza; solo che il giorno dopo il rito l'aereo sul quale Beaton avrebbe dovuto viaggiare ha un incidente e cade, così Lee si crede la causa della sua morte, naturalmente si ubriaca disperata, confidando a una amica che non voleva proprio ucciderlo, ma solo "fargli un po' male". Salvo poi scoprire con sollievo che Beaton non aveva preso quell'aereo, e che quindi poteva tornare a trattarla malissimo sul lavoro.
 
Ma soprattutto quello che Penrose mette in primo piano è la perfetta professionista, che studia, sperimenta, sbaglia, riprova, raggiungendo livelli altissimi di originalità, profondità, capacità introspettiva, documentazione. E questo in tutte le situazioni in cui si è trovata a lavorare: negli studi di Vogue a scattare fotografie di moda, nei suoi anni in Egitto, sposata a un ricchissimo uomo d'affari egiziano,  a ritrarre il deserto, le rovine, gli spazi inquietanti e disperati nella solitudine che la circondava, nella Londra bombardata, tra le rovine (di nuovo) e i rifugi antiaerei nella metropolitana, fotografando le persone impaurite e Henry Moore che le disegnava, e poi durante la guerra in Europa nel 1944/45, fino ad arrivare nella vasca in cui Hitler faceva il bagno nella propria casa a Monaco, ma soprattutto nei campi di concentramento di Buchenwald e Dachau, tra le prime a documentarne l'orrore.
 
Le lettere e i diari, di cui Antony riporta ampi stralci, permettono altri sguardi in profondità sull'essere umano, al di là del personaggio e della scrupolosa professionista. In una lettera al primo marito egiziano Aziz scrive:
"Quanto a me, francamente non so che cosa voglio, a meno che non sia la botte piena e la moglie ubriaca. Vorrei la combinazione utopistica di sicurezza e libertà, e dal punto di vista emotivo ho bisogno di essere totalmente assorbita da un lavoro o da un uomo che amo. Credo che la prima cosa da fare sia prendermi o crearmi la libertà, cosa che mi darà modo di concentrami di nuovo su qualcosa, e poi speriamo di trovare anche una qualche forma di sicurezza - e se non la trovo, almeno lo sforzo mi terrà viva e sveglia."
O ancora, giusto per chiarire le cose con uno dei tanti uomini disperatamente innamorati di lei (in questo caso Bernard Burrows, diplomatico presso l'Ambasciata inglese al Cairo negli anni immediatamente precedenti la guerra):
 "Ma se ti ci butti, che tu nuoti o affoghi, sarà un pantano scelto da te invece della tua solita ragnatela diplomatica, un intreccio di buone intenzioni finte e di miserabili pasticci. Mi accorgo di essere denigratoria e deprimente e forse troppo aggressiva, ma ho la sensazione che tu stia ammirando un paesaggio dal balcone di Giulietta e la tua Giulietta è una puttanella infedele che comunque non ha voglia di stare mano nella mano a contemplare panorami. Capisci, tesoro, io non intendo fare nulla solo per amore. E non si può contare su di me per nessuna cosa. Infatti ho tutta l'intenzione di essere totalmente irresponsabile."
 
Nella sua ultima vita Lee Miller abbandona totalmente la fotografia. Diventa un'ottima cuoca, scrive libri di ricette, cura i fiori nel giardino della splendida casa in cui va a vivere con il secondo marito, avvicinandosi alla fine abbastanza serenamente. Durante una cena con un'amica, alcuni mesi prima di morire, le dirà, tra una battuta e un'altra su uno spettacolo teatrale in scena a Londra: "Che peccato, mi hanno appena detto che ho il cancro. Non ho voglia di parlarne, ma so che non durerà a lungo".
Al termine della guerra, era rientrata per qualche anno a Vogue; il direttore Harry Yoxall la elogiò pubblicamente nel corso di una festa in suo onore in questo modo: "Chi altri ha saputo scrivere altrettanto bene sui soldati americani e su Picasso? Chi altri può assistere alla morte di Saint Malo e alla rinascita delle sfilate di moda? Chi altri sa passare così dalla linea Sigfrido alla nuova linea dei fianchi da una settimana all’altra?”.
Chi altri?
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