giulio ameglio

autoritratto #10

date » 26-05-2021

share » social

Quando Dante è ormai vicino al termine del suo viaggio, e giunge nell’ultimo cielo del Paradiso, incontra San Bernardo, emblema della visione mistica, che si rivolge alla Madonna pregandola di permettere al pellegrino di poter finalmente contemplare Dio: la chiama “figlia di tuo figlio” mettendo in evidenza come sia al contempo madre e figlia di Dio.
Quando ho visto questo autoritratto mi sono tornati in mente quei versi. È un autoritratto di Moira Ricci, una fotografa italiana, nata in Toscana, a Orbetello, nel 1977. In una bella intervista rilasciata al settimanale “La lettura”, afferma che crescere in campagna è stato per lei fondamentale, in quanto “sopra di me solo cielo, e sotto tanta, tantissima terra. Mi sentivo unica”.
Molto legata alla sua famiglia, abitava in una grande casa nella quale d’estate erano numerose le feste: il padre suonava in un gruppo dal nome evocativo, i Disperati, la madre era una bravissima ballerina, soprannominata Don Lurio dai compaesani. Moira frequenta le scuole di base a Fonteblanda, ai margini del parco dell’Uccellina, poi il liceo artistico a Grosseto. Racconta che in quel periodo voleva diventare come i suoi disegni, colorati, deformi; così si colora la faccia con i pennarelli e si mette il filo di ferro nei capelli per tenerli su. Questo non facilità i rapporti con le altre persone al di fuori della scuola, e così si trova abbastanza emarginata. A 19 anni anni decide di partire per Milano e in seguito per Londra, dove si guadagna da vivere facendo prima la cameriera, poi la spazzina.
Quando ritorna in Italia, nel 2001, a 24 anni si iscrive all’Accademia di Brera, iniziando a interessarsi alla fotografia. Ma l’anno che segna una svolta nella sua vita è il 2004: all’inizio dell’anno Loriana, la mamma, cade dalle scale della casa in ristrutturazione. Viene portata al pronto soccorso, dove le dicono che non ha niente. Nei mesi successivi iniziano però eventi strani: le cadono le cose di mano, ha vuoti di memoria. Decide di fare una tac, programmata per il mese di settembre; ma improvvisamente il 10 agosto muore.
È una lacerazione drammatica. La reazione di Moira consiste nel cercare in modo quasi ossessivo tutte le fotografie possibili della madre, per compiere un’operazione nello stesso tempo commovente e inquietante: vuole “entrare” nelle foto, nei primi tempi per “avvisarla” che sta per succedere qualcosa, poi per tentare di recuperare il tempo non vissuto insieme. Il tentativo, dice ancora nell’intervista, è di “andare a conoscere mia madre nel passato, dalla nascita”.
Il progetto si intitola semplicemente “20.12.53 - 10.08.04” e dura per dieci anni, dai 27 ai 37 anni di Moira. E a questo progetto appartiene l’autoritratto che apre questo articolo.

Due bambini, una figura che si affaccia alle spalle, la seppia dei ritratti antichi, le macchie rosa e azzurre dei vestiti dei bambini. I bambini attraggono subito l’attenzione: sorridono, con il sorriso ingenuo e un po’ sorpreso che spesso si disegna sui volti di un bimbo di pochi mesi. Sono evidentemente una bambina e un bambino: li distinguono i colori dei vestiti e i piccoli orecchini dorati ai lobi di lei. Sono anche due gemelli, ma con alcune differenze evidenti: il viso della bimba è più pieno, le labbra del bimbo più carnose, e anche il sorriso è diverso, più aperto e sorpreso quello di lui, più tranquillo e un po’ perplesso quello di lei. Alle spalle si affaccia una figura di una giovane donna protesa verso i bambini. La costruzione dell’immagine risponde ai canoni (e agli stereotipi) delle fotografie familiari consuete negli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso. Una madre con i suoi due figli, una bella coppia di gemelli: possiamo immaginarci che l’autore della foto sia un papà orgoglioso della propria famiglia.
Ma quanti laceranti contrasti sono presenti. I colori, l’azzurro e il rosa che sono due macchie in stridente contrasto con il seppia del resto dell’immagine, e rimandano a un passato ancora più lontano, inizio secolo, quando era consueto colorare a mano una fotografia (o parte di essa). Lo sguardo di questa madre, rivolto apparentemente verso la bambina, ma in realtà perso nella meditazione su un pensiero mesto, che richiama lo sguardo di tante madonne del Duecento e del Trecento, che contemplano tristemente il proprio bimbo tenuto in braccio, ma che stanno in realtà considerando dolorosamente il tragico futuro di quel figlio tanto amato. C’è una sorprendente compresenza di ingenua serenità e di dolce dolore in questa immagine. E c’è anche una straordinaria dilatazione del tempo, costruita sulla sovrapposizione di tempi diversi, che dal Medioevo ci porta fino ai nostri giorni, come se fosse possibile il miracolo di attraversare tutte queste epoche differenti, vivendo e rivivendo eventi e situazioni lontani da noi, accadute ancora prima del nostro ingresso nel mondo. Eppure siamo lì, al di là del tempo, per intrecciare un dialogo che la vita ci ha reso impossibile, e che possiamo solo inseguire nella nostra interiorità più profonda.
I due bambini sono Loriana e Loriano, gemelli, figli di contadini che avranno altri sette figli. Loriano morirà non molto dopo questa fotografia, a sei anni, per una setticemia causata da un’operazione effettuata in casa usando dei ferri chirurgici sporchi. Loriana è la mamma di Moira Ricci, con un futuro di grande ballerina di paese, parrucchiera, piena di vita, morta a 51 anni per i postumi di una caduta dalle scale; la “mamma” che si affaccia nella fotografia è Moira, “madre di sua madre”.


Nota: l’intervista all’autrice è a cura di Teresa Ciabatti, e compare su “La lettura” del 3 maggio 2021.
Link
https://www.giulioameglio.it/autoritratto_10-d12516

Share link on
CLOSE
loading