giulio ameglio

autoritratti #9

date » 14-04-2021

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Entrai nella stanza. Un ragazzo dormiva sopra un semplice letto in ferro. Era pallido e magro, con una massa di riccioli neri; giaceva a petto nudo con fili di perline attorno al collo. Rimasi là. Lui aprì gli occhi e sorrise.
Così Patti Smith descrive il suo primo incontro con Robert Mapplethorpe nelle pagine iniziali di "Just kids", il bellissimo libro nel quale viene raccontata la storia del loro rapporto, amore e amicizia fondati su una profonda risonanza interiore, una musica comune destinata a durare per tutta la loro vita nonostante i diversi sentieri che a un certo punto iniziarono a calcare.
Era la New York del 1967, e fu un incontro casuale. Patti era appena arrivata da Chicago e stava cercando degli amici, ma in quell'appartamento trovò Robert. Lui era di New York, nato nel Queens, e a quell'epoca aveva 21 anni, esattamente come Patti. Voleva disperatamente essere un artista, realizzava collage incollando fotografie ritagliate da riviste che rubava perché perennemente senza soldi (Patti Smith racconta che nei giorni di festa riuscivano a comprarsi un hot dog per dividerselo: a lei i crauti, a lui il wurstel), costruiva collanine per venderle, progettava installazioni mescolando simboli sacri commentati da ambigue didascalie, e disegnava corpi ispirati dalla sua passione assoluta per Michelangelo. Naturalmente senza riuscire quasi mai a vendere una delle sue opere, e adattandosi quindi ai mestieri più umili, arrivando anche a prostituirsi, per poter sopravvivere.
È lo stesso Robert Mapplethorpe che diventerà una delle figure più iconiche degli anni Settanta e Ottanta, il fotografo che si farà pagare 20.000 dollari per una seduta di ritratto, e che alla sua morte avrà un patrimonio di svariati milioni di dollari. Un personaggio costruito con la precisione e la nitidezza delle sue fotografie, con il controllo totale delle luci e delle ombre, soprattutto di quei neri che in una occasione lui confidò di cercare come immagine della bellezza assoluta.
Ma il Mapplethorpe che emerge dalle parole di Patti Smith mostra tutta la sua fragilità, debolezza, insicurezza. È l'essere umano che continua a pulsare al di sotto dell’immagine che lui stesso si costruirà a partire dagli incontri con ricchi mecenati e galleristi, affascinati dalla sua bellezza e dalla sua capacità di entrare in relazione con le persone. È interessante che saranno loro a regalare a Robert delle macchine fotografiche sempre più raffinate, e che sarà Sam Wagstaff, collezionista d'arte, ricchissimo, bello, di 25 anni più vecchio di Robert, a regalargli, oltre a una prestigiosa Hasselblad, gli attici a Manhattan che gli serviranno da studi e che, secondo alcuni, sarà il vero creatore del personaggio Mapplethorpe.
 
Durante la sua vita Mapplethorpe ha realizzato numerosi autoritratti, spesso ironici e irriverenti; ma tra tutti, uno rivela con forza tutta la sua fragilità ed è per me l'autoritratto più straordinario e intenso. È il suo ultimo autoritratto, scattato nel 1988, alcuni mesi prima della sua morte che avverrà il 9 marzo 1989, a 42 anni.
Mapplethorpe era ammalato di Aids, il suo compagno di tanti anni, amico e sostenitore Wagstaff era morto all'inizio del 1987. In quegli anni di Aids si moriva, non c'era alternativa. Si poteva tirare avanti combattendo con le forze sempre più deboli, prestandosi a sperimentazioni di farmaci, cercando a volte soluzioni esoteriche imbarazzanti. Ma cure che potessero garantire una vita quasi normale e ancora lunga sarebbero arrivate solo negli anni a venire.
Quindi alla fine della primavera del 1988 Mapplethorpe stava già decisamente male, aveva affrontato alcuni ricoveri, e cure pesanti. Ma, seppure con fatica, continuava a lavorare, realizzando ritratti alle persone più o meno celebri che lo cercavano. Ed è allora che decide di farsi ancora un autoritratto.
Mi è difficile descriverlo. Per altro basta fare un rapido giro sul web per trovare descrizioni più o meno accurate. Credo che sia importante guardarlo, magari in una buona riproduzione, per vedere bene il nero che avvolge tutta la figura, in silenzio, per un po' di tempo, provando a fermare lo sguardo su tutti i particolari, su ciò che è a fuoco e su ciò che lentamente si sfuma, provando a immaginare cosa può aver spinto un uomo che era stato bellissimo, desiderato, idolatrato, che aveva adorato a sua volta la bellezza fisica, i corpi torniti delle statue di Michelangelo e dei suoi modelli, a rappresentarsi in quel modo, porgendo allo sguardo altrui quell'immagine di dissolvenza e di disfacimento. In una intervista aveva dichiarato che ognuno deve creare il proprio mondo, e che quello in cui voleva vivere lui era very precise, very controlled. E così è in fondo questo autoritratto, costruito con un assoluto rigore formale.
Da sempre, guardando questo autoritratto, mi viene in mente un famoso dipinto di Caravaggio, il "Davide con la testa di Golia" dipinto probabilmente alla fine del 1609, pochi mesi prima della morte del pittore. La composizione formale è la stessa, semplicemente ribaltata lungo un asse verticale, il nero è lo stesso, assoluto, e, al posto del teschio che corona il bastone di Mapplethorpe c'è la testa disfatta e sanguinante di Golia. Che è un autoritratto del Caravaggio malato e vecchio a 39 anni. Quasi a suggerire che nella fotografia di Mapplethorpe il suo vero autoritratto sia il teschio.

Dopo la sua morte, Patti Smith  compone una canzone dolce e accorata, "Memorial tribute"; racconta di averla composta al cospetto del mare, dove Dio è dappertutto.
Inizia così:
Little emerald bird
wants to fly away
If I cup my hand
could I make him stay?
Little emerald soul
Little emerald eye
Little emerald soul
must you say goodbye?

Link
https://www.giulioameglio.it/autoritratti_9-d12387

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