giulio ameglio

autoritratti #8

date » 25-01-2021

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Questo autoritratto è costituito da tre elementi: un corpo, un gesto, un titolo. Quindi, per dialogare con esso, dobbiamo collocarci all'interno di questo triangolo, immaginando modi per far interagire i suoi tre lati.
Possiamo partire dal corpo, o meglio, dalla parte del corpo che vediamo: un busto nudo di un giovane uomo, magro, le clavicole ben rilevate, il collo teso, il volto, con uno strano colorito verdastro, rivolto verso l'alto. Quando qualcuno si fotografa nudo probabilmente vuole allontanare dalla sua immagine tutti gli orpelli, gli abbellimenti, gli accessori: tutto diventa un sovrappiù inutile, forse una maschera resa necessaria dalle relazioni sociali in cui siamo quotidianamente avvolti. Ma se decidiamo di fotografarci nudi probabilmente tentiamo di interrompere il quotidiano, creando un momento di sospensione in cui cerchiamo di avvicinarci a una essenzialità nascosta anche a noi stessi. In fondo dovremmo essere noi i primi osservatori della nostra immagine, e non è affatto detto che qualcun altro la veda. Quindi vedere quel giovane busto nudo ci fa avvicinare a qualcosa di essenziale, non sappiamo ancora riconoscerlo, ma dovremmo acuire la nostra attenzione e la nostra curiosità.
Forse il secondo lato ci può aiutare, visto che è il più sorprendente. Prima ho detto un'inesattezza: i gesti in realtà sono due, uno compiuto dalle mani, l'altro dalla bocca. Le due mani alzate: un atto di resa o una specie di respingimento, di allontanamento? Forse entrambi: come se dicesse: sono nudo, non ho difese, non sono un pericolo, ma, vi prego, state lontani. Non entrate nel mio spazio, considerate solo ciò che sto "veramente" facendo. E questo ci conduce all'altro gesto, del tutto sorprendente: il getto d'acqua che esce dalla sua bocca. Non sta sputando, attenzione, sta creando un arco luminoso d'acqua che si perde progressivamente nell'oscurità. Pare un gioco, e la concentrazione che intravediamo nei suoi occhi ci suggerisce che è un gioco molto serio, che richiede attenzione, e allora quelle mani alzate ci dicono sia di non disturbare questa concentrazione sia di stare a una certa distanza perché non vuole bagnarci. Si preoccupa per noi? O vuole tenere il gioco tutto per sé?
E andiamo finalmente al terzo lato: il titolo che Bruce Naumann ha dato a questa fotografia è: "Self Portrait as a fountain". Il titolo svela a che gioco sta (stiamo) giocando: dovremmo innanzitutto ricordare che molti artisti hanno costruito alcune loro opere citando, in modi più o meno espliciti, opere del passato. Tantissimi fotografi l'hanno fatto, mi hanno sempre molto colpito, per esempio, alcune fotografie e autoritratti straordinari di Robert Mapplethorpe con evidenti riferimenti a Michelangelo e a Caravaggio. E allora probabilmente è a questo gioco che sta giocando Naumann con la sua bizzarra costruzione. Non bisogna faticare molto scavando nei nostri ricordi di storia dell'arte per trovare un'altra fontana famosissima, considerata da molti storici la pietra fondante dell'arte contemporanea: la "Fontana" di Marcel Duchamp, cioè un orinatoio rovesciato firmato "R. Mutt", creato nel 1917, opera mitica sia perché andata perduta e mai esposta se non, brevemente, in una galleria di New York (dell'originale esiste solo una fotografia scattata da uno dei padri della fotografia novecentesca, Alfred Stieglitz), sia perché ne esistono attualmente almeno diciassette versioni collocate in vari musei e gallerie private del mondo, tutte realizzate a partire dagli anni Sessanta del Novecento, sia ancora perché secondo alcuni studiosi Marcel Duchamp non è affatto il creatore di quest'opera, bensì l'ideatrice sarebbe Elsa von Freytag-Loringhoven, artista e poetessa tedesca soprannominata anche "la baronessa dadaista".
Insomma un'opera fantasma, che pochi hanno visto, uno solo ha fotografato, effimera. Proprio come il getto di acqua che sgorga dalla bocca di un giovane dal corpo nudo, la cui freschezza non durerà forse a lungo, svanendo, come l'arco disegnato dall'acqua, nel buio dello sfondo.
Ma c'è un altro aspetto che vale la pena considerare in questo autoritratto. Ciò che lo differenzia da molti altri autoritratti è che in questo caso non abbiamo una persona che si è messa diligentemente in posa, ma un corpo che agisce: è l'autoritratto di un atto, di un movimento, di una performance. Questo ci porta all'interno di tutta la "performance art", che si sviluppa a partire dagli anni Sessanta del Novecento (coincidenza: gli stessi anni in cui vengono create fontane-orinatoi in serie) e che ha acquistato sempre più importanza anche con creazioni di grandissima risonanza emotiva nel corso degli anni (un solo nome che vale per tutti: Marina Abramovic).

Bruce Naumann, che nasce negli U.S.A. nel 1941, è un importante fotografo, videoartista, scultore, performer. Nelle sue opere ha sempre mostrato un grande interesse verso il gioco (ci sono creazioni di scritte con tubi al neon che generano divertenti giochi linguistici, come anagrammi, scambi di lettere e di sillabe, inversioni) ma anche una ricerca costante di essenzialità. Questo autoritratto è stato pubblicato nel 1970, insieme ad altre immagini e video girati nel suo studio, per raccontare il suo processo creativo. Perché, oltre all'importanza del gioco, Bruce Naumann ci ricorda che è il percorso di ricerca ciò che conta, e ci può cambiare.
Il resto è il getto d'acqua di una fontana che sparisce nel mare.
Link
https://www.giulioameglio.it/autoritratti_8-d11965

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