giulio ameglio

autoritratti #7

date » 30-11-2020 15:31

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tags » self portrait, autoritratto, Margeret Bourke-White,

L’ultimo autoritratto pubblicato era dedicato a Vivian Maier; se ora proviamo a pensare a una fotografa che potrebbe costituire l’esatto opposto di Vivian, non può essere che Margaret Bourke-White.
È in corso a Milano in queste settimane una mostra a lei dedicata, da cui è stato tratto un bel catalogo il cui testo è costituito da pagine appartenenti alla sua autobiografia, e il cui titolo rappresenta indubbiamente il suo programma di vita: Prima, donna. Se Vivian Maier ha vissuto dietro le quinte tutta la sua vita, nascondendo la propria opera, destinata in fondo solo a se stessa, Margaret Bourke-White è sempre stata alla ribalta, in primissima fila, e il suo lavoro doveva occupare le prime pagine di giornali, riviste e libri. Una sua foto scattata durante la costruzione di una gigantesca diga è la copertina del primo numero di Life nel 1936. È la prima fotografa a pubblicare un volume sulla grande Depressione negli stati agricoli degli U.S.A. (You Have Seen Their Faces, insieme allo scrittore Erskine Caldwell) nel 1937. La prima fotografa occidentale a documentare la Russia del Piano quinquennale e a scattare un ritratto non ufficiale a Stalin, nel 1941. La prima donna a volare sui caccia americani durante la seconda Guerra Mondiale. La prima fotografa a entrare nel campo di concentramento di Buchenwald, nel 1945, documentandone le atrocità (scrisse nella sua autobiografia: “Spesso mi chiedono come sia riuscita a fotografare tali atrocità. Per lavorare ho dovuto coprire la mia anima con un velo. Quando fotografavo i campi di sterminio, quel velo protettivo era così saldo che a malapena comprendevo cosa avevo fotografato”). E ancora l’unica fotografa vicina a Gandhi nelle ultime ore prima del suo assassinio. E, oltre a tante altre “prime volte”, la prima fotografa a raccontare, con l’aiuto dell’amico e collega Alfred Eisenstaedt, la propria malattia, il morbo di Parkinson, arrivando anche a farsi fotografare durante un’operazione al cervello, e poi malata, vecchia, con i capelli quasi rasati a zero. Lei che era diventata famosa, oltre che per i suoi lavori, per l’eleganza dei suoi abiti, sempre tutti in tinta, non solo guanti, gonna, cappello, ma anche il panno con cui coprire la macchina fotografica.
Quindi sicuramente una vita straordinaria, e, se consideriamo il suo autoritratto che apre questa pagina, possiamo vedere in esso già ben presente lo stile di questa vita.

L’autoritratto è del 1933, Margaret ha 29 anni ed è già una fotografa affermata. Figlia di un inventore, appassionata di meccanica, le sue prime esperienze di fotografa sono state dedicate a ritrarre fabbriche, macchinari, dighe, soprattutto acciaierie, rischiando più volte di rimanere ustionata, con immagini sempre colte da angolature particolari e insolite, frutto di uno sguardo e di uno studio scrupoloso.
E anche questo autoritratto è indubbiamente il risultato di una preparazione accuratissima. La prima impressione è naturalmente data dal punto di ripresa: dal basso, e questo slancia la figura di Margaret verso l’alto, imponente e composta nello stesso tempo. Ma subito dopo ci accorgiamo che le figure in gioco sono due, non solo una. Insieme a Margaret, protagonista con lo stesso rilievo dell’immagine, c’è la grande macchina fotografica. Pare un essere antropomorfo, una sorta di Polifemo dall’unico occhio, indagatore, inquietante, inumano. Ma i due sono coinvolti in un passo di danza. Le gambe divaricate con la stessa angolazione, lo sguardo rivolto nella medesima direzione, e le braccia di Margaret che avvolgono la macchina, in un gesto elegante e morbido, ma anche sicuro. È Margaret che sta conducendo questo passo di danza, le sue mani tengono con delicatezza una lastra per schermare la luce e il pulsante di scatto: viene congelato l’attimo decisivo dello scatto, l’istante in cui i due ballerini esprimono il loro virtuosismo e la loro perfetta intesa.
Margaret guida la danza con grazia, è elegante e sobria: il maglione suggerisce calore e morbidezza, i pantaloni hanno una piega perfetta, le scarpe dalla suola flessibile per muoversi (e fotografare) agilmente. Mettiamo insieme il tutto e possiamo forse notare come l’immagine suggerisca una rappresentazione che si sta svolgendo su un palcoscenico: noi siamo gli spettatori di questa danza, di questo passo a due elegante e algido. Tutto è perfettamente composto e controllato.
Come su ogni palcoscenico sono accennate anche le quinte: sullo sfondo, in basso a sinistra, compare una sagoma geometrica, come a ricordare il suo lavoro con fabbriche, dighe e cantieri. Tre anni prima di questo autoritratto Margaret (a 26 anni) aveva documentato la costruzione del Chrysler Building, e pochi anni dopo avrà uno studio al sessantunesimo piano del famoso grattacielo: esiste una foto memorabile in cui è in precario equilibrio su un gargoyle del grattacielo, con quasi 200 metri di vuoto sotto di lei, con un elegante baschetto in testa, la solita gigantesca macchina tra le braccia, lo sguardo attento e indifferente al vuoto (d’altra parte un suo motto era: “Se ti trovi a trecento metri di altezza, fingi che siano solo tre, rilassati, e lavora con calma”).

Margaret ha sempre amato l’altezza e lo sguardo dall’alto, utilizzato nei suoi reportages aerei, ma in fondo presente anche nel distacco manifestato nell’esposizione della propria malattia, quasi indifferente al disfacimento fisico come lo era stata al vuoto.
La più famosa delle frasi di Robert Capa era “Se le vostre foto non sono abbastanza buone, non siete abbastanza vicino”. Forse per Margaret si potrebbe dire che “Se le vostre foto non sono abbastanza buone, non siete abbastanza in alto”.
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https://www.giulioameglio.it/autoritratti_7-d11504

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