giulio ameglio

autoritratti #5

date » 02-10-2020

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Le spine di Vivian

il 23 gennaio 2005 Hans Keulards venne trovato morto in una stanza d’albergo a Berlino. Aveva 38 anni, ed era ludopatico e tossicodipendente dall’età di 15 anni. La famiglia, proprietaria di un negozio di abbigliamento a Geleen, una cittadina nel sud dell’Olanda, decise di nascondere la vicenda di Hans, considerandola una profonda vergogna; ufficialmente quindi la sua morte fu causata da un arresto cardiaco, cosa per altro vera, ma nulla trapelò delle gravi condizioni in cui si trovava.
Hans aveva una sorella, Vivian, di tre anni più giovane. Vivian aveva studiato Scienze della Comunicazione, quindi fotografia ad Amsterdam, per poi trasferirsi, successivamente alla morte di Hans, in Colorado per tre anni. Era tornata infine in Olanda, ormai fotografa affermata, dedicandosi principalmente al ritratto.
Nel suo sito internet si definisce osservatrice, sognatrice, narratrice di storie. Se sfogliamo i suoi progetti vediamo soprattutto ritratti di bambini, adolescenti, persone in difficoltà; è autrice di una splendida serie dedicata a bambini e bambine con i capelli rossi, motivata dal suo desiderio di ridicolizzare le superstizioni che nel corso dei secoli hanno stigmatizzato le persone con questo colore di capelli, e che a volte ancora oggi fanno capolino; lei, al contrario, ne mostra la bellezza e la grazia.
Ma, tra tutti questi ritratti, compare un lavoro differente: “To Hans”. È il racconto del percorso che nel 2014 Vivian Keulards intraprende sulle tracce del fratello, rompendo, per la prima volta, quel blocco di silenzio che era stato creato sulla sua vicenda. Per percorrere questa strada, Vivian ha dovuto affrontare due ostacoli di straordinaria difficoltà: prima di tutto la decisione dei genitori, il loro pudore nel parlare di una vicenda che nella piccola comunità olandese in cui vivevano avrebbe generato vergogna, scandalo, riprovazione sociale.
In secondo luogo, e certamente ancora più grande, doveva affrontare il buco nero del proprio rapporto con Hans, un fratello di poco più grande che in alcune foto vediamo abbracciarla teneramente nei primissimi anni di vita, prenderla sulle proprie ginocchia, farla giocare. Vivian è costretta ad affrontare i propri sensi di colpa per aver accettato quel silenzio, per non essere stata a fianco di Hans, interrogandosi sui motivi che lo avevano portato all’autodistruzione, guardando finalmente negli occhi la sua fragilità, così simile alla propria e a quella che si può ritrovare in tutte le persone da lei ritratte.

Nella storia di ogni persona vi sono segreti familiari di cui non è possibile parlare. Sono luoghi oscuri, di cui ci si vergogna, che si vorrebbero dimenticare, ma che sono sempre ben presenti, e talvolta emergono, soprattutto quando si è particolarmente indifesi, o distratti, forse anche felici. In molti casi questi luoghi rimarranno sepolti per tutta la vita, e noi ne sentiremo solo le vibrazioni profonde, movimenti tellurici che si riflettono in superficie creando nella migliore delle ipotesi turbamenti inspiegabili, nella peggiore terremoti sconvolgenti.
Ma in altri casi arriva il momento in cui siamo in grado di prendere la decisione di iniziare a esplorare, provando ad illuminare quanto si nasconde in quei segreti, mettendoci così in gioco per uscirne trasformati. Possiamo utilizzare diversi linguaggi e strumenti per condurre questa ricerca, e la fotografia è uno di essi. Vivian la sceglie. Per lei diventa il mezzo con il quale cercare di dare ordine ai propri pensieri ed emozioni relative alle vicende legate al suo segreto familiare, il rapporto con un fratello tossicodipendente e con la sua storia drammatica. Le sue fotografie cercano di ricostruire in modo letterale e metaforico il viaggio del fratello fino alla conclusione.
In questa sorta di album fotografico, che prende le mosse dalla fotografia della stanza d’albergo in cui Hans morì, si incunea improvvisa un’immagine del tutto particolare, a prima di vista totalmente estranea: l’autoritratto con le spine. È come se Vivian, all’interno di quella storia, irrompesse con una propria immagine per interrompere la narrazione e rivelare pubblicamente, mettendosi letteralmente a nudo, quale fosse lo stato d’animo e l’atteggiamento con cui stava percorrendo quella strada.
È un autoritratto potente, in cui spiccano due elementi. Prima di tutto le scapole: le ombre le disegnano sollevate, contratte, suggeriscono una tensione di chi sta affrontando uno sforzo terribile e, nello stesso tempo, pare raccogliersi in se stessa preparandosi a ricevere un colpo violento. Ma quelle scapole così prominenti sembrano anche evocare due monconi di ali, la memoria di un angelo, suggerita anche dal biondo dei capelli, dalla tonalità delicata della luce che si stende sulla pelle e che emana dal suo corpo.
Al confine tra l’ombra e la luce l’elemento perturbante centrale: le spine. Sono spine di una rosa, quasi tutte illuminate dalla luce radente, e si dispongono regolari lungo la colonna vertebrale. Per un attimo sembrano trasformare quel corpo delicato di giovane donna in un animale preistorico, una sorta di mostro senza volto che si insinua negli incubi dei bambini quando le luci della casa si spengono e rimangono da soli di fronte al buio. Il buio dei segreti dolorosi.
Ma quelle spine sono anche una protezione, disegnano una sorta di corazza per difendersi da quegli stessi incubi. Come a suggerire che anche nella fragilità di un corpo nudo è possibile trovare la forza interiore per affrontare quanto è presente di più doloroso nell’esistenza.

È un autoritratto che parla della forza che si sprigiona dalla fragilità e di come tale forza possa cambiare non solo chi la prova, ma anche le persone intorno.
Con l’aiuto del libro anche i genitori di Hans e Vivian sono stati in grado di venire a patti con il passato del proprio figlio e di parlare liberalmente di lui e della sua morte. “I miei genitori si sono sentiti sollevati, - ha scritto Vivian - ma questo progetto non è consistito solo nel condividere il segreto della dipendenza di mio fratello. Condividendo la verità, io ho rotto il nostro tabù, e spero che questo ispiri altre persone a fare lo stesso.”.
Link
https://www.giulioameglio.it/autoritratti_5-d11255

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