giulio ameglio

autoritratti #3

date » 23-08-2020

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Guardiamo questa fotografia senza sapere nulla su chi l’ha scattata, dove, quando. Una donna di spalle ripresa dal basso, che trascina faticosamente una pecora con le quattro zampe legate. Una spazio ampio, erba, forse uno specchio d’acqua. L’orizzonte non è però libero, una linea di colline, sulle quali si intravedono appena dei tralicci, lo chiude in lontananza. Il cielo è cosparso di nubi minacciose, tuttavia, per uno strano gioco di prospettiva, esse si aprono davanti alla testa della donna. Tutta la costruzione dell’immagine è sbilanciata verso sinistra, come se fosse lei stessa a sbilanciarsi in quella direzione nello sforzo di avanzare la gamba sinistra. Fa freddo: la donna ha i guanti, una giacca pesante, una gonna probabilmente di lana. Il polpaccio che si vede giustapposto all'intrico delle zampe della pecora è ben tornito, muscoloso. Una donna abituata a lavori faticosi come questo, che affronta lo sforzo senza esitazioni. La pecora è ancora viva? Se lo fosse potrebbe camminare con le proprie zampe; probabilmente è morta, uccisa dal freddo o da un animale selvatico, si potrebbe quindi trattare di un cadavere, trascinato inerte verso una casa che però non si scorge da nessuna parte. Dove sta andando questa donna? Non pare avere alcuna esitazione, ma non vediamo una meta. Forse, la meta è solo dentro di lei.

La donna si chiama Agnieszka Sosnowska, e la fotografia è un autoritratto. È stata scattata nel 2014 in Islanda, dove Agnieszka vive anche oggi; all’epoca della foto aveva 43 anni.
È nata a Varsavia, ma all’età di quattro anni la famiglia si trasferisce a Boston, dove lei studia iniziando in seguito il lavoro di insegnante. A 18 anni inizia a fotografare utilizzando una grossa macchina abbastanza vecchia, una Graflex 4x5 che impone di preparare con cura e tempo ogni immagine; le sue prime fotografie sono autoritratti, definiti da due caratteristiche che verranno mantenute in tutti i lavori che seguiranno. Protagonista assoluto è il corpo senza volto; solo dopo molti anni e molti autoritratti inizierà a comparire anche il viso. Le pose sono segnate dalla immobilità, spesso in posizioni sorprendenti; uno dei più significativi la vede in piedi sui rami di un albero, con i piedi nudi divaricati, l’immagine tagliata all’altezza del busto. La seconda caratteristica riguarda l’ambientazione: sempre autoritratti all’aperto, in spazi naturali, tra alberi, tronchi tagliati, radure, cieli nuvolosi: già in quelle foto la sua ricerca pare consistere nel tentativo di definire se stessa attraverso la relazione con la natura circostante.
Nel 2001 accompagna un’amica in un viaggio in Islanda. Una guida turistica le conduce lungo un percorso avventuroso su un ghiacciaio verso il mare: le sembra di essere all’interno di “Into the wild”, il libro di Krakauer che, come lei stessa ammette, la segna profondamente. Il viaggio avrà un esito inaspettato: quattro anni dopo Agnieszka sposa quella guida e si trasferisce in Islanda. Il marito oltre a fare la guida è un contadino, per cui niente città: vanno a vivere in una delle varie fattorie che costellano il territorio islandese. È una vita molto dura, difficile soprattutto per chi pur amando profondamente la natura, in modi un po’ romantici, non si è mai trovata a vivere in una zona così inospitale. Agnieszka racconta in un'intervista come avesse sottovalutato l’impatto con la nuova terra, immaginando, dopo aver vissuto gli inverni del Massachusetts, di essere in grado di affrontarli dovunque. Si sbagliava, quelli islandesi sono peggiori, e vivere in una fattoria come quella significa dover fare talvolta a meno dell’acqua corrente, pescare attraverso un buco sulla superficie di un lago ghiacciato, cacciare e scuoiare alci, visoni e altri animali, scavare, seminare, proteggere le poche piante che riescono a crescere in quegli spazi, affrontare giorni e giorni di buio.
Ma non soltanto non rinuncia, riprende con ostinazione i suoi impegni precedenti, Ricomincia a insegnare, intrecciando un rapporto stretto con le sue allieve e allievi che vivono nelle fattorie vicino alla sua, e continua a fotografare. Lavora con la fotografia insieme ai suoi studenti, e continua senza sosta a creare autoritratti.

L’Islanda è una terra dura e difficile, ma affascinante. La sua natura ancora in gran parte selvaggia attrae Agnieszka, diventando un soggetto onnipresente nelle sue immagini. In ogni autoritratto sono presenti spazi, acqua, animali, vivi e morti, stoppie, erba. Ma l’Islanda è anche ricca di narrazioni e leggende, aspre e violente come la sua terra. Una di queste leggende colpisce particolarmente Agnieszka: si tratta di “Móðir mín í kví, kví,” un poema che racconta la storia di una donna ossessionata dalla morte del figlio che subito dopo la nascita ha abbandonato nella brughiera. Agnieszka sa che spesso questo accadeva in passato: donne che non potevano tenere un figlio, perché non c’erano abbastanza risorse per sfamarlo, o per paura della riprovazione sociale per un figlio nato al di fuori del matrimonio; anche Agnieszka non può avere figli: ci sono i suoi studenti, le sue studentesse, le sue fotografie, ma forse, nelle giornate di lavoro, o durante le lunghe notti invernali, si confronta con questa impossibilità. Lo strumento che possiede per dare un senso a questa interrogazione è la fotografia. I suoi autoritratti sono una costante ricerca di se stessa, uno scavo ininterrotto per conoscersi e capire la propria strada, un lavoro faticoso per ri-trovarsi all’interno della profonda relazione che ha con la natura essenziale nella quale è immersa.
In questo lavoro di scavo e di confronto con la vita e con la morte prende forma l’immagine da cui siamo partiti.
Un corpo visto da dietro e dal basso che faticosamente ma senza incertezze, con un umile eroismo, cammina verso una fenditura di luce tra le nuvole. Una ricerca di luce davanti al proprio volto nascosto (quasi la traccia di una strada), un peso inerte, mortifero alle spalle. Un peso che non può essere abbandonato: solo se portiamo con noi, accettandole, le sofferenze e le perdite che costituiscono la nostra storia possiamo forse vivere un poco più pacificati. L’orizzonte è sbarrato dalla striscia scurissima delle colline, che impedisce di vedere dove stiamo andando, e, soprattutto, se ci arriveremo. Agnieszka scrive che il ritmo del contadino è lento, dettato dalla natura, e il suo lavoro può essere visto come la rappresentazione fisica della determinazione umana: lo sforzo dei contadini è incerto, la meta non è mai sicura, ma nella scelta di questa strada rischiosa è presente una profonda nobiltà.
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https://www.giulioameglio.it/autoritratti_3-d11103

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