giulio ameglio

autoritratti #2

date » 07-08-2020

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tags » autoritratto, storia della fotografia, Henry Bayard,

Il 18 ottobre del 1840, a Parigi, Hyppolite Bayard, impiegato presso l’ufficio delle imposte e fotografo per curiosità e passione, scatta questa fotografia a Hyppolite Bayard, sucidatosi annegandosi in un fiume, ripescato e pietosamente composto tra un cappello di paglia e un vaso antico, nel suo studio.
Era una domenica autunnale, un sole ancora caldo e gli alberi dei giardini parigini splendenti di colori, ma durante la settimana H.B fotografo lavorava in ufficio, e quindi bisognava sfruttare il giorno libero. Era necessario molto tempo per preparare tutta la composizione, tenendo anche conto del fatto che H.B fotografo fece diversi scatti a H.B. annegato, e ogni posa doveva durare almeno una ventina di minuti, durante i quali il soggetto doveva rimanere assolutamente immobile. Certo, un cadavere non presentava problemi di movimento, poteva essere un modello perfetto per quei tempi.
D’altra parte, la raffigurazione di cadaveri era un soggetto assolutamente comune nella storia dell’arte occidentale. A partire dalla iconografia greca, passando attraverso le varie Crocifissioni, Deposizioni e Pietà, per arrivare alla laicissima Rivoluzione Francese, la rappresentazione di un cadavere adagiato nel sonno della morte, pietosamente raccolto in un lenzuolo, aveva certamente nutrito la fantasia e l’immaginazione di chiunque avesse qualche interesse e curiosità verso la storia dell’arte.
Quasi cinquant’anni prima di questa domenica fatale, nel 1793, a Parigi veniva esposto un quadro destinato a entrare nella storia non solo dell’arte: “La morte di Marat”, di Jacques Louis David. Tutti ne abbiamo visto una immagine sui libri di scuola: il grande rivoluzionario, per altro ormai malato, abbandonato nella vasca da bagno pochi istanti dopo essere stato assassinato da Charlotte Corday; non era annegato, ma semplicemente adagiato nell’acqua, ed era stato tradito dalla sua disponibilità e dalla fede nella rivoluzione: aveva accolto la Corday perché la giovane donna doveva presentargli una supplica.
David aveva dipinto anche un altro quadro simmetrico a questo, molto meno conosciuto perché andato perduto; di esso restano solo alcune incisioni: si tratta della morte di Louis Michel Lepeletier, aristocratico rivoluzionario, ucciso da una guardia del corpo del re con una sciabola. Le somiglianze con il nostro annegato sono notevoli: certo, non c’è quella spada inquietante che pende sul corpo, con il sangue gocciolante, sostituita da un molto più domestico cappello da contadino per ripararsi dal sole, ma l’abbandono del corpo, le mani, il lenzuolo…
H.B. fotografo, poi, aveva un grande amico (così grande che qualcuno suggerì che forse c’era più di una amicizia…), Edmond Geoffroy, attore della Comedie Française, appassionato di tableaux vivants, protagonista di numerosi drammi romantici infarciti di morti violente e suicidi. Quindi queste immagini erano il suo nutrimento.

H. B. fotografo era un provinciale amante dell’arte, nato nell’Oise, a nord di Parigi, il 20 gennaio del 1801; dopo gli studi e le prime esperienze lavorative, si trasferisce nella capitale quando ha circa trent’anni. Impiegato statale, in quello che allora era l’ufficio delle imposte, entra però presto in un giro di pittori, litografi, scrittori. Affascinato da questo mondo, si ricorda di un gioco che faceva da bambino con il padre: nel giardino di casa attaccavano dei ritagli di carta sui frutti che stavano maturando, per toglierli solo quando era giunto il momento della raccolta: ed ecco il frutto disegnato.
Disegnare con la luce, creando ombre e immagini. Sa che non può essere pittore, gliene mancano le capacità, ma è incredibilmente curioso, e vuole sperimentare questa nuova possibilità. D’altra parte non è il solo, in quegli anni, a fare questo tipo di esperimenti, ma lui tenta un percorso non battuto da nessun altro aspirante “disegnatore con la luce”: vuole fissare in modo duraturo immagini direttamente sulla carta, non su scomode lastre di vetro o metallo come faceva, per esempio, il famoso Daguerre.
E ci riesce, addirittura il 14 luglio del 1839 presenta una trentina di immagini su carta che raffigurano monumenti, edifici, e nature morte con composizioni di statuette (tra cui una ricorrente di Antinoo, il giovane bellissimo amato dall’imperatore Adriano… le voci sul suo rapporto con l’amico attore) e cappelli (il cappello di paglia c’è già…) a una mostra di beneficienza per le vittime di un terremoto che aveva colpito la Martinica: forse è la prima mostra fotografica della storia. Insomma, il primo a fissare immagini su carta, il primo a partecipare a una mostra fotografica, ha tutto il diritto per essere considerato l’inventore della fotografia. E invece il 19 gennaio del 1839 l’Accademia delle Scienze Francesi riconosce questo titolo a Louis Jacques Daguerre, inventore dei dagherrotipi, amico di influenti personaggi dell’epoca, come sostengono molti maligni. Quello che è certo è che, con questo riconoscimento ufficiale, a Daguerre viene assegnata una ricca pensione a vita, nonché una fama imperitura, a H.B. fotografo un premio di 600 franchi per comprarsi un’attrezzatura migliore di quella in suo possesso.
Cosa può fare allora H.B. fotografo? È anche lui un “martire” di una rivoluzione, anche lui si era rivolto con fiducia a scienziati, artisti e politici. Comprensibilmente arrabbiato e deluso, si vendica con l’ironia e diventa primo assoluto in un genere che avrà un grandissimo successo nella storia successiva della fotografia: il falso fotografico; “le Noyé” è il primo “autoritratto da morto”, fatto, naturalmente, da un vivo; i cultori dei paradossi e i teorici della fotografia hanno un materiale su cui sbizzarrirsi per generazioni.
Per completare il quadro, sul retro della fotografia (positivo su carta…. insomma una Polaroid) scrive:
“Il corpo dell’uomo che vedete nell’immagine sull’altro lato è quello del signor Bayard, inventore del procedimento di cui avete appena visto, o state per vedere, il glorioso risultato. Sono a conoscenza del fatto che questo talentuoso e instancabile scienziato ha lavorato per circa tre anni al fine di perfezionare la sua invenzione. L’Accademia, il Re, e tutti quelli che hanno visto questa immagine sono rimasti molto colpiti, proprio come voi, sebbene (l’artista) consideri l’immagine insoddisfacente. Gli è valsa infatti grandi onori, ma neanche un centesimo. Il governo, che tanto ha elargito al signor Daguerre, si è detto impossibilitato a fare qualcosa per il signor Bayard. Come risultato lo sfortunato uomo si è annegato. O volubilità umana! Artisti, scienziati e giornali si sono interessati a lui per un lungo periodo, ma oggi, dopo alcuni giorni trascorsi all’obitorio, ancora nessuno lo ha riconosciuto o ha reclamato le sue spoglie. Signore e signori, passiamo a un altro argomento per evitare di recare offesa ai vostri organi olfattivi, in quanto, come voi stessi avrete avuto modo di notare, il volto e le mani del gentiluomo hanno già iniziato a decomporsi”.
Il tocco di genio finale sta nelle mani e nel volto che “hanno già iniziato a decomporsi”: H.B. annegato era stato anche molto amante della vita all’aria aperta, e, tra una riscossione di imposte e uno scatto fotografico continuava, sulle orme paterne, a curare giardini, alberi da frutto, fiori; e all’aperto volto e mani si abbronzano…
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https://www.giulioameglio.it/autoritratti_2-d11067

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